Il figlio delle stelle è tornato. Alan Sorrenti pubblica il suo nuovo singolo

Alan Sorrenti è tornato. La prima canzone del ritorno – “Gli alti siamo noi” – è piccola cosa. Un giro armonico di base e poi una melodia piuttosto ovvia e un cantato strano. Che non è la voce del figlio delle stelle, ma neppure quello del Sorrenti dei primi dischi prog. Ma è bello. A tratti bellissimo.
In reatà, ad ascoltare la piccola e tutto sommato bella canzone, sembra che l’artista abbia voluto mettere insieme le sue tante anime: la sperimentazione dei Settanta e il pop, le cose difficili e quelle troppo semplici.

Chitarra, tabla ed elettronica.
Qualcuno ha trovato da dire sul titolo, uguale a quello di una canzone di Umberto Tozzi. Neanche Tozzi lo avesse inventato lui, quel titolo.
La canzone fa da apripista ad un album che arriverà. Il prologo non è male e siamo certi che il disco sarà interessante e pieno di idee.
Alan Sorrenti è tornato.

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=O-YCB1tQfV4

Locasciulli torna sul luogo del delitto. E “Intorno a trentanni” è ancora un capolavoro  

Una manciata di canzoni possono fare un capolavoro. Meno sono e meglio è. Nel 1982, Mimmo Locasciulli lo sa bene e ci consegna un album perfetto: “Intorno a trentanni”. Quarant’anni fa, il poco più che trentenne medico e sodale di De Gregori, confeziona un gioiello. Talmente bello e perfetto che, dopo quarant’anni, dunque ad un’età intorno ai settanta, ha deciso di riproporlo (quasi) tale e quale.

Lo abbiamo ascoltato.

“Svegliami domattina” – la ballata che introduce il disco – perde in questa versione le chitarre ma acquista, grazie al lavoro del piano, in intimità e dolcezza.

Il blues “Due ore” – reso con fedeltà melodica – passa da un arrangiamento pianistico vagamente vaudeville ad un lounge-jazz di gran classe con un organo Hammond in gran spolvero.

“Gli occhi”, una delle più belle canzoni di Locasciulli, che ancora oggi mi chiedo perché non abbia cantato Vasco, è resa con un arrangiamento di maniera, così da non danneggiare il capolavoro. Un arrangiamento, a dire il vero, non troppo distante dall’originale.

L’irrestibile “Buoni propositi”, canzone dedicata ai vizi difficili da debellare, nella nuova versione – davvero bella, jazzly e piena di chitarre – eseguita insieme a Brunori Sas, acquista freschezza e attualità.

Il cuore del disco è ovviamente la title-track “Intorno ai trentanni” proposta in modo fedelissimo all’originale, non fosse per la voce Eugenio Finardi e una chitarra in levare che conferisce, a tratti, un suono decisamente ska al pezzo.

”Cala la luna”, già bellissima nell’originale dell’82, sembra acquistare qualcosa, dalla nuova versione e dall’intervento di Stefano di Battista.

Un bellissimo pianoforte arricchisce la nuova versione de “Lo zingaro”. Una ballata tra De Gregori, ancora una volta, e Stefano Rosso.

L’ultima canzone del disco, la più suggestiva allora e oggi, si chiama “Natalina”. Parla della guerra ed è una delle più belle canzoni scritte in Italia sull’argomento. Straziante e dolcissima. Semplice e terribile.

Riproporre il disco di quarant’anni fa, per Locasciulli, potrebbe avere un senso solo per fare risentire questa meravigliosa canzone. Forse il suo capolavoro assoluto nel capolavoro (l’album). Anche se la versione dell’82 è, probabilmente, inarrivabile.

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=huxaxTMvFkA

 

 

Gianni Togni, eroe dimenticato della canzone italiana

Qualche ora fa, insieme ad un amico che di musica ne sa anche più di me, ci siano chiesti come mai l’Italia si sia dimenticata di Gianni Togni. Ci avrà messo del suo, come capita spesso. Ma uno come lui doveva durare.

In realtà è durato, fino ad oggi, ma le sue canzoni – dopo l’esplosione di “Luna” nell’80 –  e poi ancora “Semplice” e “Giulia”, famosissime, le sue canzoni sono diventate una specie di oggetto di culto. Noi continuiamo a coltivare questo culto.

Gianni Togni ha fatto dischi bellissimi. Passati quasi tutti sotto silenzio. Tuttavia, per renderci conto di che cosa abbiamo “abbandonato” basta “Luna”, una delle più belle canzoni italiane mai scritte.

«E guardo il mondo da un oblò / mi annoio un po’ / passo le notti a camminare / dentro un metrò / sembro uscito da un romanzo / giallo / ma cambierò, si cambierò».

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=xo75gy9E3nE

 

 

“Azzurro” e Elvis suonati all’organetto. Alessandro d’Alessandro ci regala un piccolo capolavoro

La Ciociaria è il posto magico dell’organetto diatonico. L’organetto è uno strumento popolare simile al bandoneon, quello che suonava Piazzola e simile alla fisarmonica, anche se – l’organetto – ha soltanto bottoni, a destra e a sinistra.

Anche oggi non è difficile, durante le feste, trovare nelle fraschette (sorta di osterie autogestite nei bassi delle abitazioni) giovani suonatori di organetto capaci di strabilianti virtuosismi.

Non so se Alessandro d’Alessandro sia stato uno di quelli. Ma so che oggi ha tentato un’operazione davvero straordinaria, quella di traghettare il suono dell’organetto nel mondo della canzone. Qualcosa di simile a quanto fatto dal grande Riccardo Tesi, ma D’Alessandro si è spinto un po’ più in là.

Il risultato è “Canzoni per organetto preparato & elettronica”, un album che raccoglie pezzi assai noti, talora imprevedibili, e composizioni originali.

Difficile raccontarlo tutto. Sono ben sedici le tracce che lo compongono. Tutte, a modo loro, degne di un ascolto attento e rispettoso. Ma qualcuna spicca, per singolarità o pathos.

La prima – intitolata “Tiritera delle canzoni che volano” – che racconta, giocando sui ritmi della musica da ballo, tantissime canzoni, appunto, che sono citate e che è divertente riconoscere. Insieme a D’Alessandro giocano Elio e David Riondino.

Le rese solo strumentali solo belle e convincenti: “Jamin-a” di De André, “I giardini di marzo” di Battisti, “I shot the sheriff” di Bob Marley. Così come le composizioni originali.

Ma i vertici del disco – secondo me, almeno – sono “Azzurro” di Paolo Conte, a tratti persino commovente, “Can’t help falling in love” di Elvis, che ha riportato alla memoria il leggendario funerale di Fraccia nel film di Ligabue, infine “Ritals”, capolavoro di Gianmaria Testa dedicato agli italiani di Francia e reso da D’Alessandro con grazia e con la partecipazione delle voci, bellissime, di Sonia Bergamasco e Neri Marcoré.

Un album raro, pieno di ospiti che non ho citato (come Cammariere) e dedicato ad uno dei tanti strumenti della nostra tradizione da valorizzare e suonare.

 

Ferdinando Molteni

 

 

Il testamento del Re Sole: Vittorio De Scalzi riporta tutto a casa

Non so se Vittorio De Scalzi avvertisse la fine imminente. Tuttavia, l’anno prima di morire compie un’operazione straordinaria e commovente: riporta tutto a casa, come avrebbe detto Bob Dylan. Confeziona un album – in realtà è un doppio cd e un dvd – intitolato “Una volta suonavo nei New Trolls”. La copertina, anch’essa significativa, riporta il (terribile, a dire il vero) disegno della cover dell’album di debutto del gruppo: “Senza orario, senza bandiera”

I rapporti tra i membri del gruppo – fin dall’inizio – sono difficili. De Scalzi si impone come leader assoluto anche se non sempre, nella pluridecennale carriera dei New Trolls, riuscirà a tenere sotto controllo la situazione.

Musicisti straordinari, personalità spiccatissime, rivalità e interessi, sospetti e miserie, hanno fatto della storia del più originale gruppo progressive italiano una odissea senza fine che, coraggiosamente, ha tentato di ricostruire, con non poche difficoltà, un fascicolo appena apparso in edicola (si tratta di una “collector’s edition” della rivista “Prog”).

Ma torniamo al disco, autentico testamento del grande musicista. La raccolta si apre con la potente resa prog de “Una notte sul Monte Calvo” di Modest Petrovič Musorgskij, quasi un manifesto di stile per De Scalzi.

Ma è curioso che il pezzo successivo sia l’infelice “America ok”, forse una delle composizioni più scadenti del gruppo a sostegno di un imbarazzante testo di Mogol. Ma De Scalzi avrà avuto i suoi motivi, e la scelta sembra quasi un messaggio in bottiglia rivolto agli ex sodali.

Segue “Che idea”, gradevole canzone un po’ troppo legata alle mode del tempo e poi “Faccia di cane”, ballata sanremese che vedrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) una partecipazione al testo di Fabrizio De André.

“Quelli come noi” è una canzone datata e a tratti ingenua, ma dalla resa vocale e strumentale straordinaria. Bene ha fatto De Scalzi a rivendicarla.

Di seguito “Aldebaran”, la canzone che sancisce, insieme a “Quella carezza della sera”, la svolta pop che porterà i New Trolls a vendite discografiche stellari.

Poi arriva un polittico antico e meraviglioso: “Una miniera” (uno dei vertici creativi del nostro), “Ho veduto”, “Signore, io sono Irish” e “Vorrei comprare una strada”. La storia della band è sostanzialmente basata su queste canzoni. Tutto quello che verrà dopo sono solo meraviglie supplementari.

Reliquie del passato sono, invece, “Visioni” e “Davanti agli occhi miei”, canzoni che raccontano la genesi di una band che ancora non aveva del tutto trovato se stessa.

Il rapporto – importante, anche per accreditare la band e lo stesso De Scalzi presso il mondo della canzone d’autore – con De André, è ricordato da una bellissima versione di “Fiume Sand Creek”.

La raccolta di canzoni storiche è virtualmente conclusa dall’amata e odiata “Quella carezza della sera” in una versione pianistica live che restituisce al pezzo una freschezza che forse aveva perduto.

Nel riportare tutto a casa Vittorio De Scalzi non poteva dimenticarsi della sua Genova, la città dove tutto è cominciato. E così arrivano due canzoni nuove nuove: la struggente e bellissima “Quelle navi”, che ci fa pensare a quanto ancora avrebbe potuto ancora scrivere l’artista. Una sensazione confermata dalla ballata “Frequentatori di tramonti”, canzone poetica e vicinissima a certe cose del miglior Ivano Fossati.

Il secondo disco raccoglie sostanzialmente “Concerto grosso” e “Concerto grosso n. 2”, opere seminali – in particolare la prima – scritte da (o con) Luis Bacalov. Oltre alle parti che vedono impegnate orchestra e band ci sono una manciata di canzoni, tutte notissime ai fans.

Ma nel mazzo c’è il capolavoro definitivo, forse la cosa più importante prodotta dal gruppo nella sua lunga e tormentata carriera: “Le Roi Soleil”. Una mini opera pop che ancora oggi stupisce per bellezza, freschezza, ironia e creatività.

Penso che Vittorio De Scalzi possa legittimamente andare fiero della sua carriera, della sua vita e delle sue canzoni.

 

Ferdinando Molteni

 

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=cDbba2BkMdg

 

 

Torna Andrea Tich con un album straordinario. Gli anni Settanta sono adesso

L’album è uscito da un po’, ma come tutti i dischi di autori laterali, è necessario andarli a scovare. E ascoltare.

È il caso di “Storia di Tich”, il lavoro che Andrea Tich ha licenziato qualche tempo fa.

Riassumere la vicenda umana e artistica di Tich in poche righe non è possibile. Basti dire che debutta nel 1978 con un album della Cramps intitolato “Masturbati”, prodotto da Claudio Rocchi e che oggi è una specie di oggetto di culto. Un capolavoro acerbo e nascosto, che un numero sempre maggiore di ascoltatori negli anni hanno amato e rispettato.

Tra “Masturbati” e “Storia di Tich” c’è un mondo, una vita, tanti dischi, una carriera perseguita con tenacia e convinzione. Ma soprattutto un talento straordinario, alieno, fuori dal tempo e dai luoghi.

L’ultimo album – di cristallina bellezza –  è pieno di suggestioni e grandi canzoni. C’è dentro la storica canzone di fine anni Settanta, ci sono Lolli e, ovviamente, Rocchi, c’è il progressive, il gusto magniloquente per le orchestrazioni della Magister Espresso Orchestra (scritte dal geniale Alessandro Sbrogiò, barocchista tra i maggiori in Italia), le parole recitate, le percussioni (dovute al sodale di una vita, Claudio Panarello), l’elettronica vintage, il pop come lo si intendeva un tempo.

Le canzoni di Tich sono (sembrano) semplici. Arrivano diritte al cuore. La sua voce, ancora limpidissima nonostante i decenni, accompagna l’ascoltatore in un mondo concluso che è quello di Tich. Unicamente quello di Tich.

Non riesco a scegliere un pezzo sugli altri. Non riesco a fare classifiche. Il disco è – come recita la copertina – una pop-suite. Però “Il mio acquario” è irresistibile. E poi “La finestra”, una cosa che poteva cantare Battiato. E ancora “Racconto in treno”, e la meravigliosa “Meduse in amore” e tutte le altre.

Poi, c’è “Megavita megamore”. Tre accordi, ripetitivi e ipnotici, l’orchestra che arriva e li sublima e il racconto di una vita che sembra raccontare Tich. O forse no.

In ogni caso, una meraviglia che si appiccica alle orecchie.

Andrea Tich è tornato.

Ferdinando Molteni

Da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=kBD0cl9OlSU

 

Luciano Nardozza e la sua “Overton”, improbabile e bellissima canzone dell’estate

 

Volevo raccontare una canzone dell’estate. Così, per alleggerire.
Lì per lì avevo pensato a Jovanotti e alla sua filastrocca amorosa. Noiosetta, peraltro. Poi mi sono ricordato che, proprio qualche ora prima della scrittura della mia rubrica, sarebbe uscito il video di una canzone di Luciano Nardozza intitolata “Overton”.
Seguo Nardozza da molti anni. Lo considero un artista dal talento purissimo e dalle intuizioni geniali. Possiede tanti registri: scrive cose struggenti e intime, insieme a pezzi tiratissimi ed elettrici. Senza mai, tuttavia, tradire la sua ispirazione, che è sempre diretta alla costruzione di buone canzoni.
Questa – che viene dal suo ultimo album – appartiene alla seconda categoria. Una chitarra elettrica ai confini del metal, una ritmica sincopata che mette insieme hip hop e rock d’antan, una melodia ora urticante e potente, ora rap, ora persino rassicurante e non scevra da dolcezze.
Luciano Nardozza – che peraltro possiede un’immagine tra le più interessanti del momento (in bilico tra glam, punk e chissà che cosa) – ha sfoderato un altro asso.
Una canzone che piacerebbe a Caparezza – mi perdoni Nardozza, ma i paragoni sono necessari a comprendere chi non si è ancora ascoltato – ma anche a tanti dei giovani che si affacciano alla ribalta senza un repertorio, e senza una solida capacità di scrittura.
Ecco, Nardozza ha uno e l’altra.

P.S. Il video è strepitoso, ricco di deliziose citazioni, soprattutto nei movimenti dell’artista e degli attori-ballerini, dei primi anni Ottanta. Per chi sappia coglierle.

Ferdinando Molteni

Da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=7znLyKBlJH8

Marracash e il suo Premio Tenco “sbagliato”. Ecco il racconto degli “sconfitti”

È successo il finimondo. Marracash ha vinto la Targa Tenco come miglior album dell’anno con “Noi, loro, gli altri”. Ha sopravanzato, in classifica, Erica Boschiero (“Respira”), Giovanni Caccamo (“Parola”), Cristina Donà (“DeSidera”), Max Manfredi (“Il grido della fata”) e Federico Sirianni (“Maqroll”).

Era inevitabile. Ed è successo. Chi ha maggior successo vince. Poi viene al– la premiazione, fa lo show e poi la gente viene a vederlo.

Succede come nelle rassegne letterarie. Se hai una faccia televisiva ti invito – Recalcati, Scanzi, Antonio Caprarica (pensa te) – se sei il più grande scrittore italiano di tutti i tempi, ma non vai in tv, puoi startene a casa. Tanto la gente non viene a vederti.
Ho ascoltato, durante questo 2021-2022, tutti gli album finiti nella cinquina, che in realtà è una sestina.

Non sono tra i giurati del Tenco – che pure sono ben trecento – e devo dire che, al momento, mi va bene così. Meglio starne fuori.
Ma ascolto i dischi. Appena escono.
Sempre.

Vado in ordine alfabetico.
Erica Boschiero: “Respira”. Disco di struggente bellezza. Suoni acustici. Veri. Testi raffinati e capaci di farci perdere nel racconto. Una voce pulita e intima. Un disco senza tempo. In un mondo normale (tipo in Francia) sarebbe un successo.

Giovanni Caccamo: “Parola”. Album che conduce alla meraviglia. Non voglio parlare delle partecipazioni (Willem Dafoe, Patti Smith, Andrea Camilleri) ma l’opera è di maturità assoluta. Potrebbe essere un disco di Battiato (cui pure non somiglia) e nessuno direbbe niente. Straordinario. Probabilmente uno dei dischi del decennio. Per chi se ne accorgerà.

Cristina Donà: “DeSidera”. La amo da sempre. Anche quando fa le canzoni sbilenche. Come sono quelle di questo disco. Sembra quasi lavorare per non farsi amare. Per non piacere. È un enigma Cristina Donà. E infatti non poteva vincere. Ma “L’autunno” è un capolavoro.
Max Manfredi: “Il grido della fata”. Il disco che avrebbe vinto se non ci fosse stato Marracash (e forse anche Boschiero e Caccamo e Sirianni). Ogni disco di Max Manfredi dovrebbe vincere. Qualsiasi premio. Come questo. Dove dentro ci sono delle canzoni incredibili, come “Elicriso”.

Federico Sirianni: “Maqroll”. Il disco che avrebbe vinto se non ci fosse stato Marracash (e forse anche Boschiero e Caccamo e Manfredi). Ogni disco di Federico Sirianni dovrebbe vincere. Qualsiasi premio. Come questo. Dove dentro ci sono delle canzoni incredibili, come “Maqroll, gabbiere”.

Marracash ha vinto, dunque. “Noi, loro, gli altri” però non è male. Forse non c’è tutta la poesia e il lavoro che c’è dalle altre parti. Nei dischi degli altri ce n’è qualche quintale in più. Marracash non fa poesia. Chiacchiera e mette le parole in fila. Marracash è bravo.
Il disco mi è piaciuto. Il disco è buono. Molto buono. Marracash comunica. E in questo è molto bravo. Gli altri, secondo me, lavorano per esprimersi.

Anni fa Manlio Sgalambro, sodale di Franco Battiaro, disse: «Comunicare è da insetti. Esprimerci ci riguarda».

Ferdinando Molteni

Enrico Ruggeri fa i conti con se stesso e pubblica “La rivoluzione”. E dentro c’è un capolavoro assoluto

La prima volta, e forse l’unica, che ho incontrato Enrico Ruggeri è stato ad un concerto dei Ramones. Era il febbraio del 1980, se non ricordo male. Lui stava lì, davanti a me, con i suoi capelli biondi. Forse, intorno a lui, c’era qualche altro Decibel. Ma non l’ho riconosciuto.

Ho sempre seguito e ammirato la carriera di Ruggeri. Uno dei migliori autori di canzoni in Italia e un autentico rocker.

Ha avuto, come tutti, i suoi alti e bassi, ma è ancora qui. Pochi altri, di quegli anni, possono dire lo stesso.

Ed è qui alla grande.

Qualche settimana fa ha licenziato un album – intitolato “La rivoluzione” – di impressionante bellezza. Una specie di frammentaria autobiografia poetica, un viaggio nella musica che ha suonato e amato, una raccolta di canzoni bellissime. E suonate benissimo.

Non c’è dubbio che Ruggeri abbia cominciato a guardare indietro. Non è la prima volta che lo fa, ma questa volta sembra davvero voler riportare tutto a casa come direbbe Dylan.

La copertina è significativa, una vecchia foto di classe di quando frequentava il Liceo classico “Berchet”  di Milano. Ed è interessante scovare – nelle canzoni della raccolta – tante reminiscenze di quei lontani studi.

Il disco si apre con “Magna Charta”, un recitativo che fornisce la chiave di lettura dell’album e che introduce la title-track, “La rivoluzione”: una sorta di ammissione di una sconfitta storica, una ballata di rara bellezza e arrangiata con suoni vintage di gran gusto.

Ancora molto bella e rock è “La fine del mondo” e di nuovo il tema che tratta è la sconfitta, ma anche la speranza che la fine del mondo non sia ancora arrivata. Un classico pezzo alla Ruggeri. Un potenziale anthem nei concerti.

“Non sparate sul cantante” evoca le atmosfere western di Sergio Leone e di Ennio Morricone: «Se un uomo con una pistola / incontra chi tiene un fucile / il primo può solo pregare  / e prepararsi a morire» scrive Rouge. Un rock irresistibile, in stile combat-folk. Una canzone che piacerebbe agli Yo Yo Mundi o ai Modena City Ramblers.

“Parte di me” – il pezzo più ascoltato del disco – è una ballata rarefatta, una canzone d’amore struggente e terribilmente onesta. Uno dei vertici della scrittura di Ruggeri. In un mondo normale diventerebbe un classico.

“Che ne sarà di noi?” cantata insieme a Francesco Bianconi dei Baustelle è un pezzo che sembra uscito dagli anni Ottanta, come gran parte delle cose di Bianconi, tra l’altro. Il ritornello è irresistibile. Il testo è, come sempre, tutto che meno che banale. Un disco-rock – con tanto di assolo di sax tenore – che quarant’anni fa avrebbe sbancato le classifiche.

“Alessandro” è la storia di un’amicizia e della fine di una vita, che Ruggeri – da straordinario autore quale è – non risolve in toni cupi, ma in un ritornello in maggiore che apre il cuore. Nonostante il dolore: «C’è Alessandro che mi guarda. / Io lo ascolto, come se parlasse, / ha gli occhi illuminati, / poi li chiude come se temesse il peso della luce. / Con un cenno della mano dice: “Stai con me”. / Il suo braccio è un ramo consumato che non fiorirà, / ma il piacere della vita non è spento. / È un’anima in perenne movimento / che ride delle terapie / e prende in giro le infermiere».

Torniamo dalle parti del rock elettrico (con ancora accenti disco) in “Gladiatore”. Il pezzo esalta metaforicamente la lotta e racconta la vita come una continua sfida. Forse la traccia meno interessante dell’album.

“Vittime e colpevoli” è un un tempo medio che rievoca atmosfere pump-rock anni Novanta. Il testo propone qualche invenzione alla Ruggeri: «C’è chi vede le persone / come pedine della dama / si occupa delle altre vite / ne vuole scrivere la trama. / L’altro vive quell’inferno dalla peggiore prospettiva / tanto entrambi finiranno in terapia intensiva».

Il pezzo “Glam bang” è, insieme a “Gladiatore”, una canzone prescindibile. Ha un bel tiro, ma non si capisce dove voglia andare a parare. Fa piacere che la interpreti con Silvio Capeccia dei Decibel.

Il realtà, “Glam bang” una funzione ce l’ha. Ed è preparare all’ascolto de “La mia libertà”, che chiude l’album.

Perché “La mia libertà” è una delle canzoni italiane più belle che abbia mai ascoltato. Non capisco come Ruggeri, dopo centinaia di pezzi, abbia trovato l’ispirazione (perché l’ispirazione esiste) per scrivere questa cosa qui. Il verso centrale della canzone è: «La mia libertà è restare solo». Il resto non lo racconto. Bisogna ascoltarla.

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=k6LIBECAkrc

 

 

Il bluesman Bat Battiston si racconta. Sabato suonerà a Sassello

È una delle leggende del blues europeo e, insieme a pochi altri, l’artefice dell’ultimo grandioso revival della musica del diavolo. Dai primi anni Novanta, con la sua band, Bat Battiston and the Kids, è stato presente in tantissimi festival, fino a diventare un punto di riferimento della scena musicale centroeuropea.

Bat suonerà sabato 4 giugno alle 21 nella Casa del Parco di Sassello, un luogo incantevole all’ingresso della Foresta della Deiva. L’ingresso è libero.

Ecco come il musicista racconta i suoi primi passi.

«Sono nato e cresciuto a Bellinzona capoluogo del canton Ticino da padre italiano nato in Germania poi trasferitosi in Svizzera e da madre svizzera di Leysin nelle Alpi vodesi».

Quando è scoccata la scintilla musicale?

«Il primo approccio alla musica avvenne con un’armonica in plastica arancione che mi aveva regalato mia madre. Avevo cinque anni mi insegnò qualche canzoncina. Per dirla tutta mi aveva detto di soffiarci dentro e… di imitarla».

Più o meno nello stesso periodo scocca un’altra scintilla.

«Da piccolo, il giorno di Natale, avevo il compito di metter su il disco di Mahalia Jackson in cui cantava “Stille nacht”. Una volta, però, decisi di ascoltare il lato b! Ta dam! Un gospel scatenato. E ne rimasi folgorato. Il blues però arrivò più tardi».

L’amore per il blues arrivò, come è capitato a quasi tutti, attraverso il rock, vero?

«Mia sorella maggiore ascoltava i dischi dei Beatles e dei Rolling Stones e così fu il turno della chitarra, che imparai da autodidatta. Appena in grado di strimpellare gli accordi misi su gruppi che duravano tre o quattro concerti, poi si scioglievano. Alla fine dell’adolescenza, però, avevo una vera band di successo – locale beninteso – genere: folk rock, west-coast, hippy. Nel frattempo il blues mi catturava sempre più diventando poi una questione di vita e di musica!».

Così decidi di cominciare dalle fondamenta…

«Per alcuni anni mi ritirai a studiare Robert Johnson, Elmore James, Lightin’ Hopkins e John Lee Hooker. Tra gli anni Ottanta e Novanta, per l’ultimo blues revival ero pronto! Grazie alla conoscenza di alcuni organizzatori di concerti ebbi la fortuna di avere le porte aperte di molti club e festival blues. Sono stato tante volte al Piazza Blues Festival di Bellinzona, accompagnando pure l’artista americano Cedell Davis, ho suonato al Blues to Bop a Lugano, nel ’93 fui invitato al blues festival di Charleston negli Usa. Viaggiando nel Mississippi suonai con R.L. Burnside nel “juke joint” di Junior Kimbrough a Holly Springs».

Oggi Bat Battiston preferisce esibirsi da solo. Con le sue chitarre – una acustica e una elettrica – e la sua armonica a bocca. Che non è più quella di plastica arancione di tanti anni fa.

Il concerto si svolgerà nell’ambito della terza edizione della manifestazione “Sulla rotta di Ulisse” dedicata, quest’anno, alla Svizzera e si avvale di molte collaborazioni e del sostegno della Regione Liguria e del Comune di Sassello.

Ferdinando Molteni

 

“Se davvero mi amassi” è il piccolo capolavoro di Simone Besutti

Ci sono artisti che mi piacciono e altri no. Non lo so perché, ma credo sia naturale. E ci sono artisti che hanno licenziato una manciata di canzoni, giusto due o tre, che mi piacciono tanto. E che vorrei andassero avanti. Perché ho voglia di ascoltare nuove canzoni fatte da loro. E altri che hanno fatto centinaia di canzoni che vorrei dimenticare. Perché non mi piacciono e mi sembrano inutili.
Uno di quelli che ne ha fatte poche e buone è Simone Besutti. L’ho incontrato per caso, negli imperscrutabili sentieri della rete. Sento le sue (poche) canzoni. Mi piacciono. Tanto. Guardo la sua faccia, e mi piace pure quella. Non fa il figo, ti guarda con occhi onesti e mi sembra pure simpatico.
Scopro che è del giro genovese. Ha lavorato con Geddo, Zazza, Fabio Biale (ascoltate il suo ultimo minialbum) e quel geniaccio di Michele Savino (“Volevo essere Umberto Eco” per me resta un anthem del sottobosco cantautorale degli ultimi anni). E molti altri, non ultimo il maestro dei maestri Armando Corsi.
Ma Besutti è soprattutto Besutti. Scrive canzoni bellissime, con testi mai banali e melodie carezzevoli, vicine a certe cose di Niccolò Fabi e Pacifico e Carlo Fava. Tutti artisti che adoro.
Il suo ultimo singolo si chiama “Se davvero mi amassi”. Ed è un gioiello che risolve la questione del titolo con immagini e versi davvero belli e originali. L’attacco è micidiale, poesie pura: «Se davvero mi amassi / dovresti rispettarti di più / perché divento più importante / quando lo sei pure tu».
Poteva scriverla Umberto Saba, una cosa così.
Non auguro nulla a Simone Besutti, perché gli auguri portano male e il suo talento non ne ha bisogno. Voglio solo un’altra canzone come questa.
Simone, avvisami quando esce.

Ferdinando Molteni

 

La nuova bellissima canzone d’amore di Ron. E quel destinatario che (forse) è Lucio Dalla

 

Le forme dell’amore sono infinite, probabilmente. E classificarle non è mai una buona idea.
Scrivo poche ore dopo che Ron – al secolo Rosalino Cellamare, formidabile autore di canzoni e vincitore di un Festival di Sanremo – ha licenziato la sua nuova canzone che aprirà le celebrazioni dei suoi cinquantanni di carriera.
S’intitola “Più di quanto ti ho amato”. Ed è bellissima. Ma devo dire che io, che sono un ammiratore di Ron fin dai tempi di “Ragazzi italiani”, non ho mai trovato una sua canzone meno che bella.
Ma questa è bellissima. Non tanto per la struttura musicale (Ron ci ha abituato a ben altro), ma per il contenuto e la strepitosa e, mi verrebbe da dire dolorosa, interpretazione.
Il pezzo comincia con una chitarra ritmica e l’artista che riflette su se stesso, quasi stesse guardandosi dall’esterno. Eppure la canzone non l’ha scritta Ron, ma Bungaro, Cesare Chiodo e Rakele.
È singolare che una canzone così struggente, autentica e viva Ron l’abbia affidata ad altri. O l’abbia presa da altri. Quasi da riservarsi di prenderne, se necessario, le distanze.
Perché quando Ron canta e quasi urla straziato: «Mi manchi così tanto / più di quanto ti ho amato», e poi ancora: «Mi manchi così tanto», con voce dolente, rabbiosa e autentica, il cantante ci racconta qualcosa che ha travolto il suo cuore.
Dice Ron: «È proprio vero che a volte pur cantando una canzone che non hai scritto, è possibile entrare in un mondo che ti assomiglia tanto, qualcosa che avevi dentro da sempre, ma che non sei mai riuscito a raccontare come volevi. Viviamo un tempo in cui si fa fatica ad amare qualcuno in un modo così intenso, e questo brano mi riporta a storie d’amore che ho vissuto e che non potrò mai dimenticare. Il video che mi ritrae mi ha messo a nudo, senza vergogna, in un’isola dall’atmosfera lunare e piena di una luce d’altri tempi».
Ed è anche il video – come detto da Ron – a raccontare la canzone. L’artista, su una spiaggia invernale, urla al cielo il suo dolore. Assomiglia ad un vecchio che, a tratti, sembra barcollare. E Ron, che ha quasi settant’anni, non è molto lontano dall’essere un vecchio.
Così, grazie anche a quelle immagini, il canto d’amore acquista un significato nuovo. O forse più preciso. Perché si parla dei vecchi tempi, del mare e della musica. E di un amore totale e indissolubile.
Difficile, ascoltando “Più di quanto ti ho amato” non pensare ad un unico possibile destinatario: Lucio Dalla.

Ferdinando Molteni