L’addio di Mimmo Locasciulli alle canzoni non è (forse) un playback

«Confesso che a volte ho la strana sensazione di scrivere e cantare per una sparuta platea di reduci. Non tanto in termini numerici, ma in termini di attenzione, di comprensione e di condivisione emotiva».

È questo il passaggio saliente di una lettera che Mimmo Locasciulli ha affidato ai social. Una lunga e dolente lettera nella quale il cantautore abruzzese, ma romano d’adozione, ammette una sorta di resa di fronte ad un mondo musicale che non riconosce più.

Mimmo Locasciulli ha più di settant’anni, ma non dice di sentirsi vecchio. Del resto nel 1982, nella bellissima “Intorno a trentanni” già recitava – compiaciuto – la parte del reduce.

La lettera si apre così: «Ci ho riflettuto a lungo, per non correre il rischio di ripensamenti. Ho ascoltato e riascoltato programmi radiofonici e televisivi, ho sviscerato le piattaforme di streaming e download, ho letto le recensioni sulle riviste specializzate, sui quotidiani, sui siti web che in qualche modo si occupano di musica. Volevo capire qual è oggi lo spazio concesso al mio linguaggio musicale, quali le condizioni per conservare una minima visibilità, quale il costo in termini di spesa di me stesso per reggere un confronto con un meccanismo così assordante, così omologante».

Locasciulli, che debutta nel 1975 con l’album “Non rimanere là”, sfiorerà il successo con la citata “Intorno a trentanni” e, ancora, nel 1987 con la geniale e struggente “Confusi in un playback” cantata insieme a Enrico Ruggeri, Locasciulli che ha raccolto un canzoniere di prim’ordine, fatto di gioielli talora nascosti, ma sempre onesti e pieni di talento, arriva a dire: «Ho scritto molte canzoni e ognuna di esse, anche la più leggera, è nata da un toc toc interiore che inevitabilmente, poi, mi ha messo a nudo con me stesso. A volte hanno prodotto gioia e calore, altre volte smarrimento e dolore. Sono le mie confessioni, le mie bugie, i miei sogni, le mie speranze, le mie vittorie, i miei rimpianti…».

Infine, il colpo al cuore: «Dopo tanti anni di dischi e di concerti non sento più l’appartenenza a questo modello di universo musicale. Confesso di non comprendere le nuove tendenze, forse sono troppo legato alla bellezza di un testo, alla commozione che una melodia può produrre, al trasporto che una voce può evocare».

E, ancora: «Insomma, questo mondo non mi piace, non mi appartiene. Mi sento fuori contesto e lo sono».

Dice che continuerà a scrivere, Locasciulli, perché probabilmente non ne può fare a meno, ma le sue riflessioni ci interrogano. La pop-music attuale è davvero il deserto dell’anima? Siamo circondati dalla spazzatura? E poi, davvero non c’è più spazio per la piccola grandiosa arte della canzone d’autore?

Ciascuno di noi potrà tentare la risposta.

Per quanto mi riguarda rimetto sul piatto “Confusi in un playback” e ascolto. Ascolto quella originale con Ruggeri, ma ce n’è una – bellissima – cantata con Ligabue. Con un video straordinario dove Mimmo canta in playback anche la parte di Luciano, mentre lui lo osserva da lontano.

«Il cuore batte alla rinfusa, che serietà,
nella fretta di portare pantaloni lunghi e personalità
mentre è il fascino di qualche ripetente
che ci scombussola le idee
e il futuro sembra lì ma non arriva mai».

Difficile pensare ad un futuro senza canzoni come queste.

«E arrivano i discorsi, però le conclusioni quasi più,
e ci iscrivono ai concorsi, di tanto in tanto ci tiriamo su.
E le tensioni oh, le scaraventiamo su canzoni
che fingiamo di cantare confusi in un playback».

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=ZVk6-5hiKi0