Torna Francesco Guccini. Ed è capolavoro

Non me lo aspettavo. Devo essere sincero. Non lo avrei mai immaginato. Dopo il sontuoso “L’ultima Thule” – il disco bellissimo che doveva chiudere la gloriosa carriera di uno dei nostri massimi cantautori – non mi aspettavo niente di più. Magari qualche inedito, tirato fuori dagli archivi.

Invece – inatteso  –  arriva “Canzoni da intorto”, un album di pezzi tradizionale e dei vecchi tempi, che sono rimasti nella memoria di Francesco Guccini, l’uomo di cui stiamo parlando.

Nel disco ci sono undici canzoni. Non proprio lunghissime come quelle che scriveva lui. Ma tutte, in un modo o nell’altro, ci interrogano. Su chi sia Guccini e su cosa siamo noi.

La raccolta si apre con “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei. E basterebbe questa. Non solo per la drammatica bellezza della canzone ma, anche, per l’interpretazione del Maestrone. Prima di scrivere queste righe l’ho riascoltata almeno dieci volte. E ho riletto la storia dei cinque martiri del 1960.

Poi arrivano le meraviglie da osteria – si fa per dire – come “El me gatt” di Ivan Della Mea e “Barun litrun” e ancora la grandiosa “Ma mi” scritta da Giorgio Strehler con Fiorenzo Carpi. E poi “Tera e aqua”, “Le nostre domande”, “Nel fosco fin del secolo morente”.

Sorprende la versione di “Greensleeves”, ballata della tradizione britannica, e il recupero della bellissima “Quella cosa in Lombardia” con testo di Franco Fortini.

La chiusura del disco è strepitosa: la canzone dell’anarchismo “Addio a Lugano” di Pietro Gori e il capolavoro di Enzo Jannacci “Sei minuti all’alba”, canzone che pochi, ancora oggi, hanno il coraggio di cantare.

L’album di Guccini non si trova on line. Non ci provate neanche. Bisogna cercarlo in formato fisico.

Del resto il Maestrone è uomo d’altri tempi.

Come noi.

Ferdinando Molteni