Il videoclip di “La sola cosa che c’è” annuncia il nuovo album di Cristina Nico

La cantautrice genovese Cristina Nico, torna con il terzo album dopo ‘L’Eremita’ (2018) e lo annuncio con il nuovo videoclip di “La sola cosa che c’è”: https://www.youtube.com/watch?v=c9liKkPLcEc

Un viaggio introspettivo che attraversa il conflitto con se stessi, gli istinti più profondi in cui dominano le pulsioni dell’Es e il senso di perdita e tradimento. In “Cristina Nico”, l’autrice compie il passo successivo a quell’’eremitaggio sociale’ che aveva lasciato nel disco precedente, spingendosi fino alla ricerca del proprio posto nel mondo, a viso aperto e senza paure, l’accettazione di una parziale incomunicabilità e della complessità dei meccanismi amorosi. 

La prima parte del disco si chiude non a caso con la marcia funebre di “The idiot not savant”, in cui si prende atto dell’essere parte del ciclo vita-morte di tutte le cose. Da qui in poi Nico si risveglia dai sogni cupi: nella parte finale del disco si respira un’atmosfera solare, si assiste ad un ricongiungimento con un Sé che la riporta ad uno sguardo quasi fanciullesco. Un viaggio che si scopre non una fine ma un rinnovato inizio, ricco di riferimenti letterari tutti da (ri)scoprire.  

La matrice musicale di “Cristina Nico” è un alt-rock caldo con accenti folk e world music, mantenendo l’urgenza e il velo minimal che ha contraddistinto i lavori della cantautrice, ma allo stesso tempo facendo emergere l’eclettismo di stili e suggestioni grazie all’apporto dei musicisti: Roberto Zanisi e le sue cordofonie che donano un ‘calore mediterraneo’, Giulio Gaietto e la solidità e versatilità delle sue linee di basso, Federico “Bandiani” Lagomarsino e il drumming energico, la viola sognante di Osvaldo Loi. Le chitarre di Nico sono il ‘cuore rock’ di tutto il lavoro, a cui si aggiungono strumenti tradizionali quali il calabash, il guiro, la kalimba campionata (come in “Les fleurs du bien”). 

“Sentivo una grande urgenza di buttare fuori tutto quello che mi ha costretta a guardare in faccia le mie paure, a scandagliarmi più del solito in un momento di profonda crisi personale. Allo stesso tempo, o forse proprio per questo, mi sono interrogata sul senso del mio fare artistico in una situazione collettiva che ha modificato la nostra socialità, che ci ha costretto a fare i conti con la nostra solitudine, le nostre fragilità e i nostri egotismi. Ma sono anche tempi di rivoluzioni profonde che più che mai passano attraverso il privato, il coraggio di viversi liberamente”, afferma Cristina Nico. 

TRACKLIST & CREDITS

DOUBLE MOON | LA SOLA COSA CHE C’È | OMISSIS | IL BISOGNO DI ESSERE MIGLIORE | ANIMA NIGRA | CHISSENE | LES FLEURS DU BIEN | ÊTRE SOI-MÊME=ÊTRE UN AUTRE | THE IDIOT NOT SAVANT | DOG’S WALK | LA SORGENTE | HERMES | THE IDIOT NOT SAVANT (NEW MEXICO VERSION)

Cristina Nico: voce, chitarra, synth, percussioni.

Giulio Gaietto: basso, chitarra, synth, batteria, percussioni.

Roberto Zanisi: cümbüş, chitarra portoghese, lap steel guitar, percussioni.

Federico Lagomarsino: batteria.

Osvaldo Loi: viola.

Musica e parole di Cristina Nico tranne“Être soi-même=être un autre” (testo Cristina Nico, musica composta da Giulio Gaietto e Federico Lagomarsino)

Produzione artistica di Giulio Gaietto e Cristina Nico

Registrato, mixato e masterizzato da Giulio Gaietto presso Studio 77 di Genova

Distribuito da OrangeHomeRecords/Believe

In collaborazione con Lilith Festival & Label

Foto di Marina Mazzoli.

Artwork e grafica di Priscilla Jamone

TRACK BY TRACK

“Double Moon”: “Luna doppia, guardami:/sono nella tua stessa condizione“. Il disco si apre con un breve gospel siderale, in cui l’Io scisso, in conflitto con se stesso, proietta nel cielo notturno la visione di una Luna sdoppiata e la invoca, non per chiedere protezione ma il riconoscimento di una somiglianza fra le loro condizioni, per condividere il senso di empasse ma anche il bisogno di procedere nell’esistenza come nell’atto creativo.

“La sola cosa che c’è”: primo singolo del disco, è un’intensa ballata folk rock in cui si dà voce all’Es, la componente psichica più arcaica secondo il pensiero freudiano. Al ritmo di una batteria incalzante e minimale e un giro di basso nervoso e suadente, mentre le chitarre si tingono di suggestioni morriconiane e un banjo vira verso un’atmosfera western, il canto invoca: “Vieni, Amore, vieni da me,/ riempi questo vuoto che/ è la sola cosa che c’è”.

“Omissis”: una drum machine dal ritmo sincopato, synth bass ossessivi, squarci di chitarre e rumori d’ambiente sono il minimale impasto musicale per parlare della crisi in un rapporto amicale/sororale a causa di non-detti divenuti pesanti quanto bugie. La difficoltà di spiegare omissioni che sabotano il bisogno di reciprocità e la fiducia: “Come trovar parole/per parole che non avrai?”.

“Il bisogno di essere migliore”: musicale omaggio al Seattle’s sound degli Anni ’90; una riflessione tra il volere primeggiare e il cercare di migliorare se stessə, sui narcisismi e le frustrazioni sul senso dell’espressione artistica. “Per essere migliore/potrei suonare il piffero per la rivoluzione”: si fa riferimento alla diatriba tra Elio Vittorini e Palmiro Togliatti, in cui lo scrittore siciliano rivendicava per la scrittura e l’arte tutta un’autonomia dalla politica.

“Anima nigra”: un mantra in dialetto calabrese, con un bordone di chitarra che diventa una percussione portante, ad ispirare il brano è il quadro “Los fusilamientos del tres de mayo” di Francisco Goya . ‘I surdati’, i gendarmi che vengono nominati sono qualcosa di molto reale ma incarnano anche le ossessioni, le paure inconsce, personali e collettive.

“Chissene”: groove quasi r’n’b, ritornelli con coretti surf-rock, un finale memore del Neil Young più elettrico, con la lap steel di Zanisi. Il discorso vira sul senso stesso del fare artistico. “Cercare nuovi modi per dire delle cose,/sempre le stesse”. Viene anche citato il Rimbaud de “Le bateau îvre”, in salsa rap delle banlieues, nel punto in cui la nave/poeta dice di essere stanca di tanto navigare.

“Les fleurs du bien”: ad essere citato è il titolo della famosa raccolta di poesie di Charlese Baudelaire, “Les fleurs du mal”. Il pezzo vuole ironicamente contrastare sia le demonizzazioni che le idealizzazioni di ‘certi amori’ come quello tra due donne. Squarci di quotidianità (“il mutuo a tasso fisso”), carnalità e romanticismo sembrano dire che ogni amore ha la sua dose di banalità e di imprevedibilità.

“Être soi-même=être un autre”: basso, batteria e sax soprano per un brano che guarda al punk-jazz e al crossover, con un cantato, in francese, dal ritmo serratissimo. ‘Moi je est un autre’: si torna a citare Rimbaud, da una parte si evoca il senso di estraneità a se stessə, dall’altra il desiderio di uscirne, da se stessə, di vedere e provare le cose in modo differente.

“The idiot not savant”(alt version): la prima versione è quasi una marcia funebre in cui si mescolano reminiscenze ledzeppeliniane – nelle trame di chitarra portoghese intrecciate alla chitarra elettrica – e accenti psycho rock. Si prende atto della propria ignoranza e della propria finitezza ma anche dell’essere parte di un ciclo vita-morte in cui si è interconnessi con tutto il resto, dagli insetti alle stelle.

“Dog’s walk”: breve strumentale dai toni lo-fi, registrazione casalinga in cui lo zampettare giocoso del cane di Nico sul parquet segna come un risveglio, un cambio di passo verso l’atmosfera più solare (se così si può dire) delle successive canzoni.

“Hermes”: il brano più psichedelico del disco, con chitarre e synth dai toni dream pop, segna il recupero di uno sguardo mercuriale, fanciullesco. Quasi un flash back, una visione di bambina febbricitante in cui il messaggero degli dei “si solidifica/alla sua maniera liquida”, e si scompone in “piccole sfere azzurre/così tossiche, così carine” come il metallo a cui è stato dato il suo nome, per poi incarnarsi nella “pagina che manca”, in un “mantra di colla e carta”, che allude al collage, una delle cose in cui chi scrive ritrova il proprio Io fanciullo.

“La sorgente”: ballata con gli arpeggi di çumbuš e banjo ed una voce consolante su cui si inseriscono il basso e la batteria che tessono una ritmica franta, ipnotica e cullante. Il testo esorta a non lasciarsi scoraggiare dalla disabitudine alla felicità, ad accettare le ombre: “Nera è la terra/che si sta per risvegliare”: l’elemento dark, ‘ctonio’ diventa complementare a quello luminoso, vitale del Sè che ritrova se stesso.

“The idiot not savant” (New Mex version):  il disco si chiude con una versione semi pacificata di ‘The idiot not savant’. I toni funebri del brano vengono stemperati in un’atmosfera country-blues, un andamento da road-movie scandito dal guiro, percussione che ricorda il gracidare di una rana, ciclico e ossessivo, e dilatato dai suoni lunghi della lapsteel. Il viaggio finisce, ma allo stesso tempo ricomincia, concluso dal tocco di un vibraslap.

BIOGRAFIA

CRISTINA NICO Cantautrice e musicista genovese. Dalla fine degli anni Novanta milita in diverse band della scena rock/alternative della sua città, come cantante e chitarrista. Fin da giovanissima coltiva anche un lato lirico e cantautorale che inizialmente riversa in registrazioni casalinghe su musicassette, fino ad approdare all’esperienza del duo Cinnamomo, fra il 2003 e il 2007, e all’autoproduzione di “Daimones” del 2010, cd+libro contenente anche le riproduzioni di alcuni collage e pitture dell’artista. Dopo diversi premi e menzioni a diversi concorsi dedicati alla musica rock e d’autore, pubblica nel 2014 “Mandibole” per OrangeHomeRecords. Nello stesso anno vince il Premio Bindi. Nelle candidature alle Targhe Tenco del 2015 è in lizza in due sezioni, Opera Prima e Miglior Canzone. Nel 2016 gli YoYo Mundi la invitano a cantare nel brano “Cuore Femmina” e ad aprire alcuni dei loro concerti. È uscito nel 2018 sempre per OHR il secondo disco “L’Eremita” prodotto da Raffaele Abbate. Uscirà nella prima metà del 2022 il terzo disco, con la produzione artistica di Giulio Gaietto, per Lilith Label/OrangeHomeRecords. Ad accompagnarla dal vivo Federico “Bandiani” Lagomarsino (batteria, cori), Roberto Zanisi (lap steel, guimbri, cümbüş, chitarra), Stefano Bolchi (chitarra, basso). È una delle organizzatrici del Lilith Festival della Musica d’Autrice e produttrici dell’etichetta Lilith Label.