Enrico Ruggeri fa i conti con se stesso e pubblica “La rivoluzione”. E dentro c’è un capolavoro assoluto

La prima volta, e forse l’unica, che ho incontrato Enrico Ruggeri è stato ad un concerto dei Ramones. Era il febbraio del 1980, se non ricordo male. Lui stava lì, davanti a me, con i suoi capelli biondi. Forse, intorno a lui, c’era qualche altro Decibel. Ma non l’ho riconosciuto.

Ho sempre seguito e ammirato la carriera di Ruggeri. Uno dei migliori autori di canzoni in Italia e un autentico rocker.

Ha avuto, come tutti, i suoi alti e bassi, ma è ancora qui. Pochi altri, di quegli anni, possono dire lo stesso.

Ed è qui alla grande.

Qualche settimana fa ha licenziato un album – intitolato “La rivoluzione” – di impressionante bellezza. Una specie di frammentaria autobiografia poetica, un viaggio nella musica che ha suonato e amato, una raccolta di canzoni bellissime. E suonate benissimo.

Non c’è dubbio che Ruggeri abbia cominciato a guardare indietro. Non è la prima volta che lo fa, ma questa volta sembra davvero voler riportare tutto a casa come direbbe Dylan.

La copertina è significativa, una vecchia foto di classe di quando frequentava il Liceo classico “Berchet”  di Milano. Ed è interessante scovare – nelle canzoni della raccolta – tante reminiscenze di quei lontani studi.

Il disco si apre con “Magna Charta”, un recitativo che fornisce la chiave di lettura dell’album e che introduce la title-track, “La rivoluzione”: una sorta di ammissione di una sconfitta storica, una ballata di rara bellezza e arrangiata con suoni vintage di gran gusto.

Ancora molto bella e rock è “La fine del mondo” e di nuovo il tema che tratta è la sconfitta, ma anche la speranza che la fine del mondo non sia ancora arrivata. Un classico pezzo alla Ruggeri. Un potenziale anthem nei concerti.

“Non sparate sul cantante” evoca le atmosfere western di Sergio Leone e di Ennio Morricone: «Se un uomo con una pistola / incontra chi tiene un fucile / il primo può solo pregare  / e prepararsi a morire» scrive Rouge. Un rock irresistibile, in stile combat-folk. Una canzone che piacerebbe agli Yo Yo Mundi o ai Modena City Ramblers.

“Parte di me” – il pezzo più ascoltato del disco – è una ballata rarefatta, una canzone d’amore struggente e terribilmente onesta. Uno dei vertici della scrittura di Ruggeri. In un mondo normale diventerebbe un classico.

“Che ne sarà di noi?” cantata insieme a Francesco Bianconi dei Baustelle è un pezzo che sembra uscito dagli anni Ottanta, come gran parte delle cose di Bianconi, tra l’altro. Il ritornello è irresistibile. Il testo è, come sempre, tutto che meno che banale. Un disco-rock – con tanto di assolo di sax tenore – che quarant’anni fa avrebbe sbancato le classifiche.

“Alessandro” è la storia di un’amicizia e della fine di una vita, che Ruggeri – da straordinario autore quale è – non risolve in toni cupi, ma in un ritornello in maggiore che apre il cuore. Nonostante il dolore: «C’è Alessandro che mi guarda. / Io lo ascolto, come se parlasse, / ha gli occhi illuminati, / poi li chiude come se temesse il peso della luce. / Con un cenno della mano dice: “Stai con me”. / Il suo braccio è un ramo consumato che non fiorirà, / ma il piacere della vita non è spento. / È un’anima in perenne movimento / che ride delle terapie / e prende in giro le infermiere».

Torniamo dalle parti del rock elettrico (con ancora accenti disco) in “Gladiatore”. Il pezzo esalta metaforicamente la lotta e racconta la vita come una continua sfida. Forse la traccia meno interessante dell’album.

“Vittime e colpevoli” è un un tempo medio che rievoca atmosfere pump-rock anni Novanta. Il testo propone qualche invenzione alla Ruggeri: «C’è chi vede le persone / come pedine della dama / si occupa delle altre vite / ne vuole scrivere la trama. / L’altro vive quell’inferno dalla peggiore prospettiva / tanto entrambi finiranno in terapia intensiva».

Il pezzo “Glam bang” è, insieme a “Gladiatore”, una canzone prescindibile. Ha un bel tiro, ma non si capisce dove voglia andare a parare. Fa piacere che la interpreti con Silvio Capeccia dei Decibel.

Il realtà, “Glam bang” una funzione ce l’ha. Ed è preparare all’ascolto de “La mia libertà”, che chiude l’album.

Perché “La mia libertà” è una delle canzoni italiane più belle che abbia mai ascoltato. Non capisco come Ruggeri, dopo centinaia di pezzi, abbia trovato l’ispirazione (perché l’ispirazione esiste) per scrivere questa cosa qui. Il verso centrale della canzone è: «La mia libertà è restare solo». Il resto non lo racconto. Bisogna ascoltarla.

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=k6LIBECAkrc

 

 

Ferdinando Molteni

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