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Daniele Gennaro, psichiatra-cantautore, debutta a 62 anni con l’album “Niente di nuovo”

Da tempo sostengo che solo le canzoni possono ancora davvero stupirci. Più di tutte le altre forme d’arte. O, almeno, a me succede così. E succede che ti ritrovi tra le mani un disco intitolato “Niente di nuovo” di un cantautore che non ricordavi. Perché, in effetti, non potevi ricordarlo.

È un debuttante, ma le sue canzoni sono mature, consapevoli, mi verrebbe da dire “classiche”. Poi scopri che l’artista – che si chiama Daniele Gennaro e viene da Alessandria – ha 62 anni. Non uno di meno, non uno di più.

Posto che Gesualdo Bufalino debuttò a sessant’anni e di debutti tardivi, almeno in letteratura, qualcuno ce n’è, la vicenda di Gennaro è singolare. Nasce ad Alessandria, appunto, da una famiglia di origine operaia. Scrive poesie e qualche canzone. Nel 1981 fa pure un provino alla Ricordi, che immaginiamo senza successo. Decide, dunque, di cambiare strada: laurea in medicina e carriera da psichiatra. Per trent’anni, pare, abbandona la musica e la sua chitarra. Ha altro da fare.

Poi incontra un suo concittadino che si chiama Paolo Enrico Archetti Maestri che è, guarda caso, il cantante degli Yo Yo Mundi, uno dei gruppi più rispettati in Italia. Rimette insieme le vecchie idee musicali, scrive nuove canzoni ed ecco il disco, prodotto ovviamente da Archetti Maestri con la collaborazione di Dario Mecca Aleina. In sala, a sorreggere le belle canzoni di Gennaro, ci sono tutti gli Yo Yo Mundi e qualche altro musicista di valore: Mara Tinto, Chiara Giacobbe, Giorgio Penotti, Gino Capogna, Torchio, Andrea Cavalieri e Eugenio Merico.

Ma che cosa c’è dentro il disco “Niente di nuovo”? Sarebbe banale dire: niente di nuovo. C’è, invece l’anima di un cantante e autore classico che ha attinto dai più grandi (De André, Dylan, Cohen, De Gregori, Brassens) per raccontare il proprio mondo personale e intimo.

Il disco contiene tredici canzoni, tra le quali è difficile scegliere. Tutte le canzoni sono suonate e cantante con grande gusto. La vocalità di Gennaro ricorda – lo dico per coloro che fossero interessati al disco e non per fare paragoni gratuiti – quella di Massimo Bubola, di Mario Castelnuovo, del primo Fausto Rossi, di Tom Petty e Dylan. Quasi un recitar cantando, limpido ed efficace. Una voce, ad ogni modo, molto bella e “giovane”.

Provo a scegliere dal mazzo, davvero ricco, di questo disco: “Casa Bardouin”, racconto in forma di ballata pieno di suggestioni folk; “Barche senza motore” che mi piace immaginare tradotta in napoletano da Pino Daniele; “Famous blue raincoat”, fedele traduzione del capolavoro di Leonard Cohen che sembra uscita da un disco di Faber di fine anni Settanta; “Coraggio per sopportare”, leggera e divertita bossanova cantata insieme a Mara Tinto; “Sarebbe tempo”, dylaniata ballata elettrica autobiografica che veleggia ancora una volta dalle parti del Principe (forse la cosa più potente del disco); “Oggi piove”, canzone d’amore di struggente bellezza; infine “Une vie”, canzone che chiude disco, un piccolo romanzo, un racconto d’ambiente che improvvisamente si apre in un felice ritornello da cantare in coro e si conclude con una coda quasi beatlesiana.

Non so se davvero non ci sia “Niente di nuovo” in questo disco. Probabilmente no. Ma c’è davvero tanto d’altro. Come la storia di un cantautore riemerso appena in tempo per regalarci un viaggio come questo. In attesa del seguito.

Ferdinando Molteni

La canzone da sentire: https://www.youtube.com/watch?v=jIVsGg2VsHk&list=OLAK5uy_nO_fH_Fwoyry7XoyR5CPfLszrA5ARpu18&index=11

 

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