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“Il cantiere di Berto”, il libro di Carlo Piano che racconta la ricostruzione del ponte di Genova

Una corsa contro il tempo per ricostruire il ponte crollato a Genova, un amore che si affaccia quando i capelli stingono nel bianco. E un cane che non ha nome. Ci vuole coraggio per decidere il nome di un cane. Ci vuole tanto coraggio anche per sfiorare le labbra di una donna, quando se ne è dimenticata la dolcezza. La vita di Berto, professione geometra, enigmista per passione e tante altre cose, sta per cambiare. Questo, almeno, lui spera.

Sono i mesi frenetici del grande cantiere sul Polcevera, dove tra le macerie germinano come steli le diciotto pile che sorreggeranno il nuovo ponte. I riflettori sono puntati su Genova, governanti d’ogni casta sfilano in passerella, la gente si assiepa davanti al recinto per assaporare la rinascita del viadotto. C’è bisogno di riscatto. Si chiamerà Genova-San Giorgio, ma ancora nessuno lo sa. Neppure l’architetto di chiara fama che l’ha disegnato. C’è una ferita da rimarginare, quella della fiducia smarrita nella tragedia. L’ha smarrita anche Berto, assieme a tanti altri, in una mattinata burrascosa di mezza estate. Sembrava autunno inoltrato, ma era la vigilia di Ferragosto.

Sul greto del torrente Polcevera c’è da compiere un’impresa per riparare il torto. Tra i mille operai di questo cantiere, di questo luogo sospeso tra dolore e speranza, ci lavora anche lui: Berto fa il caposquadra e non è un mestiere comodo. Ci vuole sangue freddo e anche un po’ di incoscienza ad arrampicarsi sui casseri rampanti a quaranta e passa metri d’altezza, soprattutto se la pancetta fa da zavorra e gli anni corrono a velocità bastarda.

I politici smaniano per tagliare il nastro, la magistratura indaga sulle colpe del disastro, i parenti delle vittime invocano giustizia, la società che aveva in gestione il vecchio viadotto resiste agli assalti trincerandosi dietro legioni d’avvocati. Il governo traccheggia sulle decisioni da prendere e la gente di Certosa, e non solo quella, si scopre sgomenta. Berto sente sfuggire le ultime occasioni e sa che non torneranno indietro.

Ci vuole coraggio a decidere. E lui deve scovarlo per evitare lo scempio: del ponte, dell’amore, del suo cagnaccio e della vita stessa.

L’autore
Carlo Piano avrebbe dovuto forse fare l’architetto, dicono, ma così non è andata. Che aggiungere? Può darsi interessi qualche particolare biografico: nato a Genova – più precisamente a Pegli, nella periferia di Ponente – nel 1965 sotto il segno dell’Acquario, si è laureato in Lettere. Diventato giornalista, ha lavorato nelle redazioni di diversi quotidiani e settimanali a Milano. L’11 settembre 2001 si trovava a fare uno stage al New York Times, e non può dimenticare quelle urla lancinanti: My God e tutto il resto di dolore… Il 14 agosto 2018 si trovava al mare in Liguria e non potrà mai dimenticare lo sgomento del ponte che crollava con il suo carico di vite.
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Ha scritto per Feltrinelli, assieme al padre Renzo, Atlantide, pubblicato anche in inglese da Europa Editions e vincitore del premio letterario Caccuri. Sempre per Feltrinelli è uscito il libro illustrato Alla ricerca di Atlantide. Ha inoltre curato due libri per Skira sulla bellezza che si nasconde anche nelle periferie: il Giambellino a Milano e Marghera. Gli piacciono i cani, ma non quelli piccoli e dall’abbaio isterico. Gli piacciono i cantieri, perché ogni giorno sono diversi da quello precedente. Così ha scritto questo romanzo. Il suo piatto preferito è il cappon magro, se non sapete cos’è potete trovare la ricetta su Wikipedia.

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