Livello di vita soddisfacente – Le risposte della Psic LA DOMANDA DI OGGI è: Perché parlare di dipendenza da lavoro?

“Nel panorama delle dipendenze patologiche la work addiction, o dipendenza da lavoro, è una tra le più attuali e pericolose forme di dipendenza senza uso di sostanze, avente per oggetto un’attività che fa parte del normale svolgimento della vita quotidiana di una persona” (Harpaz & Snir, 2003).

È confusiva, non si riconosce bene, perché il lavoro è parte integrante della nostra vita quotidiana: normalmente in una suddivisione del tempo di vita quotidiana una parte viene riservata inevitabilmente al lavoro. Fa stare male le persone, ma non è semplice ammettere la propria dipendenza, attivando la consapevolezza della propria fragilità interiore, senza sentirsi inadeguati e giudicati dagli altri.

Provare a riflettere se si possa modificare la scaletta di vita quotidiana, può attivare una modifica, che poi avrà ricadute su una gestione diversa della propria giornata anche interiore. Quanto tempo si dedica alle varie attività? Davvero non si può aumentare lo spazio per una attività, per diminuire quello che affatica eccessivamente a livello emotivo?

Sulla carta di identità cartacea era indicata la professione, il lavoro occupava una sua casella ben precisa, per andare a designare un tratto ben specifico. Oggi il curriculum vitae è parte integrante di chi si affaccia sul mercato del lavoro. Tanti automatismi di vita a cui non prestiamo attenzione, ma che ci condizionano.

La work addiction viene anche denominata workaholism. Il termine workaholism, o ubriaco da lavoro, nasce negli Stati Uniti (Oates, 1971) e deriva dalla stretta analogia che tale patologia ha con l’alcoldipendenza; infatti, il comportamento del workaholic è molto simile a quello dell’alcolista (Mentzel, 1979). A questo punto dentro la nostra menti la dipendenza da lavoro diventa più definita e forse riesce anche a far preoccupare per il danno che può provocare sull’individuo.

Robinson (1998) si riferisce alla dipendenza da lavoro definendola the welldressed addiction (la dipendenza ben vestita) perché costituisce un fenomeno pervasivo, ma non riconosciuto dalla società. Secondo l’autore si tratta di un disturbo ossessivo-compulsivo che si presenta mediante richieste autoimposte, un’esagerata dedizione al lavoro fino all’esclusione delle altre attività della vita. Queste parole ci fanno capire come l’essere ben vestita le fornisca una buona maschera, per girare indisturbata tra di noi. Il fatto che sia pervasiva, sino ad arrivare a tirare via dalla vita tutto, ci indica quanto deprivi l’essere umano della sua innata vitalità.

Le ricadute sui familiari, coniugi, partner, genitori, figli sono devastanti.

Credo sia importante attivare misure di prevenzione; poiché ho a cuore i ragazzi ritengo che percorsi di orientamento scolastico e professionale possano favorire una loro crescita e qualità di vita serene.

Vi invito a seguire l’evento serale gratuito che condurrò assieme alla collega Annita Belotti a cura del Centro Dipendiamo con cui collaboriamo in data 12 maggio alle ore 20,30: TI TRADISCO CON IL LAVORO. QUANDO IL LAVORO SOSTITUISCE L’AFFETTO, perché sarà davvero l’occasione per fare chiarezza sulla dipendenza da lavoro e su come riconoscerla.

Alla prossima puntata, e ricordatevi che la rubrica della Psic ha cadenza quindicinale!

Se avete domande mi trovate via e-mail: info@giovannaferro.it

Giovanna Ferro, psicologa-psicoterapeuta