1975, il Principe e quella canzone che gli costò un pubblico processo

1975. Esce un album destinato a diventare una pietra miliare della canzone d’autore italiana: “Rimmel” di Francesco De Gregori. Il disco è un capolavoro e tutte le canzoni resteranno tra le cose più belle scritte dal cantautore romano: “Rimmel”, “Pezzi di vetro”, “Il signor Hood”, “Pablo”, “Le storie di ieri”, “Quattro cani”, “Piccola mela”, “Piano bar” e, in mezzo al mazzo, “Buonanotte fiorellino”.
L’album non viene tuttavia accolto dalla critica in maniera univoca. Quella “militante” lo stronca, considerandolo un prodotto pop e troppo leggero di un cantautore ormai a corto di idee. Il pubblico e la storia faranno giustizia del capolavoro, anche se “Buonanotte fiorellino” costò non poco al Principe.
Sì, perché tutti misero nel mirino quel dolce valzerino, secondo qualcuno vagamente ispirato a una vecchia canzone di Dylan. Fino a scatenare la violenza.
2 aprile 1976, De Gregori suona al Palalido di Milano. Seconda data, dopo Pavia, di un tour che lo avrebbe portato in giro per l’Italia.


Scrive Mario Luzzatto Fegiz sul “Corriere della Sera” in edicola il giorno dopo: «Una serie di gravi episodi di violenza sono avvenuti ieri al Palalido, allo spettacolo serale del cantautore Francesco De Gregori, che dopo essere stato più volte interrotto, e dopo che un gruppo di giovani aveva invaso il palco, è stato costretto ad uscire dal camerino dove si era ritirato alla fine del concerto, e a salire sul palco. Subito è stato sottoposto a un vero e proprio processo politico perché accusato di percepire cachet troppo alti e di non destinarli alle lotte dei lavoratori. Un gruppo di giovani, alcuni dei quali hanno dichiarato di appartenere al movimento sedicente di “autonomia operaia”, lo ha sottoposto a una serie di pesanti accuse e ingiurie, invitandolo tra l’altro a “suicidarsi subito, seguendo l’esempio di Majakovski”. De Gregori è infine riuscito a raggiungere il camerino. “Forse non canterò mai più”, ha dichiarato».

L’episodio, raccontato negli anni con sfumature diverse dallo stesso De Gregori, è tuttavia un segno dei tempi e di quale considerazione si avesse, allora, nel bene e nel male, del lavoro del cantante. Ricorda il Principe: «Dissero che mi ero ridotto a scrivere canzoni borghesi come “Buonanotte fiorellino” e a lucrare sui prezzi con biglietti troppo alti. Ero diventato ai loro occhi un nemico del movimento operaio».

L’artista conserverà un rapporto di odio-amore per la sua “canzone perfetta” al punto di farla molto spesso a pezzi nei concerti, stravolgendola e rendendola irriconoscibile. Quasi fosse lei la responsabile di tutto.
In ogni caso “Buonanotte fiorellino” e lo stesso De Gregori superarono la tempesta e sono ancora qui: la canzone a raccontarci di un amore finito o forse solo addormentato, e l’autore con le smaglianti composizioni con cui riempie, ancora oggi, i suoi dischi.

Ferdinando Molteni