Ecco “Over the Continent”, la canzone che parla di speranza e d’amore


Over the Continent

“The first thing to do is to search for another planet
For the occasion wear a dress of silk and garnet
Get your goldfish, don’t take too much
We’re gonna dive off the roof in a homemade rocket launch”

Over the Continent parla di nuovi inizi, di speranza e di amore. Di come orientarsi quando tutto è cambiato, tutto è diverso, tutto è sottosopra. Di imparare a vivere separati, ma anche imparare poi a riavvicinarsi nuovamente, con maggiore consapevolezza.
È una canzone che spinge a riflettere su ciò che conta davvero, sulla ridefinizione delle priorità e sul’importanza di scegliere ciò che si porta con sé nella vita, con la consapevolezza che le cose materiali non sono la risposta che cerchiamo.
Infine è una canzone sulla possibilità di tornare a viaggiare, pur non sapendo cosa ci porterà il futuro e se le cose torneranno mai alla normalità.

“After some time, we may get just a little closer
The darkest night has passed and we’re getting stronger
Get your memories, don’t take too much
We’re gonna travel light, and hope we didn’t misjudge”

Una canzone indie pop uptempo con una produzione elettronica alternativa che combina piano, synth e atmosfere nostalgiche, Over the Continent incarna la speranza che tutti noi abbiamo per ciò che verrà dopo il 2020.

Scritta in collaborazione con Marco Ferazzi e Stefano Iuso, la canzone fa parte di un album scritto, registrato e prodotto in 30 giorni in una piccola buia casa a Milano durante la pandemia globale; i brani usciranno come singoli nel 2021.

L’oscurità che filtra attraverso la musica e tinge l’intero album è un malinconico fil rouge, che riflette l’oscurità letterale e metaforica dell’ultimo anno anche attraverso foto e grafiche malinconiche e scure, dove risalta un filo di luce.

Un mondo in bianco e nero, che però cerca ancora di trovare la speranza nel mezzo della follia degli ultimi tempi.

Biografia

Nata a Milano e diplomata in pianoforte presso il Conservatorio G. Verdi, Skùmaskot combina toni elettronici, intensi e profondi, con una voce ariosa, in uno stile che ricorda un misto tra Billie Eilish e Daughter. La musica si tinge di influenze fantasy letterarie (come J. R. R. Tolkien) e di sezioni ritmiche epiche reminescenti di Imagine Dragons.

Il nome Skùmaskot significa “angoli sospettosamente bui” in islandese, ed è stato scelto come tributo alla band Sigur Rós. Il primo album di Skùmaskot – scritto durante la pandemia globale del 2020 – incorpora un feeling gotico-urbano con un sound indie-pop e qualche influenza trap, focalizzando l’attenzione su una generazione di millennial che si sente persa e ansiosa, incapace di trovare un vero posto nel mondo mentre il
tempo sta velocemente scivolando via.

Una raccolta distopica e post-apocalittica di racconti di un mondo che non è ancora del tutto riuscito a salvarsi, accompagnata da una ricerca grafica onirica e fantastica ed un’estetica interamente in bianco e nero.