Una storia, due amori ed un anno di guai

F.P. Giomar

UNA STORIA, DUE AMORI ED UN ANNO DI GUAI

CAPITOLO 3

BRUNO

L’impianto stereo era tutto.

Sì perché per ascoltare un certo tipo di musica, dai Rolling ai Pink Floyd, non bastava certo il vecchio giradischi con la radio incorporata. Prendiamo le svisate della chitarra di Blackmore in Made in Japan, un conto era sentirle con un vecchio mangianastri o un giradischi anni ’50 dove la musica usciva dall’unico altoparlante male amplificato come un polverone unico e distinguere le note o gli strumenti diventava praticamente impossibile. Un conto era appoggiare il vinile sul tappetino morbido di un piatto Pioneer con braccio tangenziale ed una puntina Ortofon modello Concorde, il tutto amplificato da un Luxman a valvole da 120watt per canale ed equalizzato a seconda dell’ambiente con l’Fx950 ancora della Pioneer.

 Intendiamoci, quei vecchi apparecchi andavano bene per sentire Battisti durante le gite scolastiche, ma la seconda facciata di Abbey Road…i King Crimson di “In the court…”..Atom Heart Mother!!!

Con un impianto stereo si entrava in un’altra dimensione, in una setta segreta basata su codici precisi e non scritti,il disco si trasformava da freddo oggetto a preziosissimo e delicatissimo strumento di vita. Lo si estraeva con cura dallo scaffale, lo si teneva in mano facendolo ammirare da lontano agli amici credenti come un crociato con il santo graal. Tutto questo senza nemmeno estrarlo dalla busta interna…operazione questa, complicatissima e molto delicata. Si inseriva una mano all’interno, con il pollice si faceva presa sul bordo mentre l’anulare andava a cercare il foro centrale per estrarre il disco dal suo involucro, tutto questo serviva per non appoggiare le dita sulla superfice di vinile, per non deturpare tutte quelle linee concentriche che contenevano le tracce degli dei.

Era assolutamente basilare avere l’impianto stereo.

 Milano 1981

L’appartamento è in penombra, tutte le luci sono spente e l’unico chiarore arriva da una tapparella del balcone mezza aperta. Sul tavolo della cucina una pila di libri disordinata, fogli di giornale e bicchieri sporchi sembrano lo sfondo per un dipinto di natura morta che nessun artista raffigurerà mai .Lorenzo è appoggiato al piano di marmo del lavandino, si è appena alzato e si sta accendendo la prima camel della giornata dopo aver messo su il caffè, sono oramai più di sei mesi che lui e Bruno vivono a Milano in quell’appartamento che si affaccia su via Porpora e sul cortile interno del caseggiato. E’ un appartamento composto da due camere più cucina e bagno che i loro genitori gli avevano affittato dopo che si erano iscritti al corso di scienze politiche dell’università di Milano.

Dopo la maturità dell’anno prima, le alternative per loro erano poche e nessuna attraente. Da una parte il servizio militare, dall’altra l’università…scelta quasi obbligata visto che nessuno dei due era pronto ad indossare una divisa e visto che i loro genitori erano ben contenti di saperli a studiare riponendo in loro una fiducia un tantino esagerata che aveva generato in sei mesi, un esame a testa.

Durante i cinque anni di superiori, la loro amicizia si era fatta più forte, stessa scuola, stesso banco e molte idee che crescevano insieme a loro. Bruno a tredici anni uscito dalle medie sembrava ancora un bambino, facile per lui vedere in Lorenzo la protezione di un corpo già quasi uomo almeno nell’aspetto. Ogni mattina i due si trovavano in piazza e insieme si incamminavano verso la scuola, l’istituto tecnico nautico “Leon Pancaldo” che li aspettava dall’altra parte della città. Tutti i loro coetanei formavano una quasi comitiva e prendevano la strada opposta per dirigersi verso i vari licei e scuole di ragioneria, loro due erano gli unici che si incamminavano lungo corso Ricci in balia del vento e del freddo, prima a piedi poi verso la terza superiore in moto. Lorenzo, infatti, aveva ereditato dal fratello più grande un fantastico Moto Morini 50cc quattro tempi assolutamente incredibile. Ogni mattina metteva in moto quella specie di belva capace di produrre un rumore che le moderne Harley Davinson non riuscivano minimamente ad avvicinare. A dire il vero lo stesso Lorenzo aveva praticato, su consiglio di un amico “esperto” di meccanica, alcuni buchi nella marmitta che servivano, sempre su editto di Jimbo (l’esperto di cui sopra), a far respirare il motore oltre che a produrre più potenza.

Per quanto riguardava la respirazione del vecchio 4 tempi, nessuno poteva con certezza asserire che quei buchi slabbrati servivano davvero, ma per quanto riguardava la potenza, chiunque poteva invece dire che non erano serviti assolutamente a nulla quando li vedevano passare per le vie del quartiere. Lorenzo e Bruno su quella moto erano diventati due novelli esploratori della città, leggenda narra che un giorno di primavera, in leggera discesa, il mostro avesse toccato la fantastica velocità di 39Km\h.

Sempre appoggiato al lavabo con la tazza in mano, Lorenzo sorride da solo ripensando al tempo passato, è ancora leggermente stordito dalla serata e dalla nottata in quel locale sui navigli. Guarda ancora le sue valige preparate di fretta poche ore prima.

Sorseggia lentamente il caffè e ripensa alla biondina di ieri sera che, leggermente ubriaca, si era lasciata andare ad una disquisizione molto forbita, sull’album del ’79 di Siouxsie and the Banshees, quel Join Hands che le aveva cambiato, a suo dire, la vita.

-Vedi….com’è che ti chiami?….-

– Lorenzo va benissimo-

-Vedi Lorenzo…in quell’album Siouxsie è veramente cambiata…-

E giù un altro sorso di brandy, e sempre di più appoggiare il bicchiere sul tavolo diventa un’impresa al limite del possibile.

– Prendi un pezzo come Icon….è puro trialismo voodoo…oppure..oppurePoppy Day, schizofrenia pura..per non parlare poi dei dodici minuti di The Lord’s Player, la vetta assoluta della musica….nessuno ha mai scritto niente del genere….nessuno…-

Lorenzo si accende un’altra sigaretta mentre pensa a come quella Siouxsie e tutta quella New Wave del cazzo proprio non la sopporta, non baratterà mai un riff di Keith Richard con quel suono dark.

Però una cosa è la passione, un’altra la biondina e così, avvicinandosi a lei apparentemente per creare intimità…

– Ma è incredibile, anche per me la NewWave è tutto, hai preso l’ultimo dei Cure?…Fantastico –

– Quale, Seventeenseconds?-

Chiede la biondina misteriosa versandosi un’altra abbondante razione di liquore.

-Proprio quello….fantastico…- dice Lorenzo chiedendosi quanto tempo gli resta per portarsela a casa prima che quella crolli con la testa sul tavolo. Cerca con lo sguardo Bruno e lo vede poco distante appoggiato al bancone mentre cerca, probabilmente inutilmente, di abbordare una stangona tutta magra imprigionata in un impermeabile di pelle che le arriva alle caviglie.

– Tu l’hai preso?-

– Ciccia, non appena Mr. Smith pubblica un disco, io sono il primo che se lo porta a casa…se lo vuoi sentire perché non ce ne andiamo da qua… ti assicuro che non te ne pentirai…-

Ovviamente Lorenzo non ha quella perla dei nuovi profeti del dark a casa e mai ce l’avrà, è però convinto che nello stato in cui si trova, la principessa di cui, nonostante gli sforzi non si ricorda il nome, non riesca a distinguere i Credence da Mino Reitano e quindi gioca il tutto per tutto.

-Sarebbe Fantastico…..-

Sono le ultime parole della studentessa modello, un secondo dopo averle pronunciate, i suoi occhi si chiudono e lentamente il suo corpo scivola sulla sedia, si ferma con la testa sul tavolo e dalla bocca comincia ad uscire un russare poco principesco.