1970, ecco la vera storia del “Testamento di Tito” di De André

Nel 1970 Fabrizio De Andrè licenzia uno dei suoi album più amati e controversi, “La Buona Novella”. Ispirato, come è noto, ad una paio di Vangeli apocrifi, il disco ebbe un successo notevole, al punto di essere – l’anno successivo – il nono ellepi più venduto in Italia. Per De André fu un trionfo.
Il disco contiene canzoni straordinarie. Ma una si porta dietro una storia singolare che vale la pena di raccontare ancora.
Si tratta del “Il testamento di Tito”, ultimo brano della raccolta. Il pezzo – tra i più belli e celebrati del cantautore genovese – ha avuto una genesi complicata. De André disponeva del testo, ma non aveva una musica per la canzone.
Si affida, dunque, ad un artista apparentemente lontanissimo da lui, Michele, quello di “Se mi vuoi lasciare”. Michele, a sua volta, si rivolge ad un amico e straordinario musicista, Corrado Castellari. Autore, pure lui, decisamente “leggero”: aveva scritto o scriverà per Iva Zanicchi, Rosanna Fratello, Raffaella Carrà.
Tuttavia, i due, compiono un piccolo miracolo. Faber voleva una canzone alla Dylan. Loro fecero dell’altro. Ricorda Michele: «Volevamo comporre una musica con una matrice un po’ più italiana. Ci siamo quindi messi al lavoro io e Corrado Castellari, allora il mio autore preferito, ed è venuta fuori la musica del “Testamento di Tito”. La parte più bella l’ha composta Castellari».
La dichiarazione non deve sorprendere. Michele, lo sanno coloro che lo conoscono e ne seguono la carriera, è un vero gentiluomo della musica, amato e rispettato da tutti.
Tra l’altro Michele, che continua a proporre il pezzo nelle sue serate, non firmò neppure la canzone che è accreditata ai soli De André e Castellari.
In quello stesso 1971, tuttavia, Michele tornò in classifica con “Susan dei marinai”, canzone firmata da Corrado Castellari e Sergio Bardotti, anche se il testo fu un regalo di Fabrizio De André per ringraziarlo del suo anonimo contributo al “Testamento” che comunque finì pure sul lato b del 45 giri di “Susan”.

Ferdinando Molteni