McCartney III” e la delusione di un beatlesiano osservante

Forse l’aspettativa era troppo alta, con lo stillicidio di anticipazioni ed ep confezionati per Spotify tanto da tenere alta l’attenzione. Un’attenzione che ora rischia di diventare un boomerang per Paul McCartney, il più grande autore di canzoni di tutti i tempi alle prese con il suo ultimo (modestissimo) disco.

Abbiamo contato i giorni, da due mesi a questa parte, che ci separavano da “McCartney III”.

Ogni giorni mi arrivava la mail di Paul con il conto alla rovescia e l’invito ad ascoltare vecchia roba, tanto da entrare nel mood del nuovo disco.

E io l’ho fatto. Ho contato e ascoltato. Contato e ascoltato.

Sono un beatlesiano osservante e praticante.

Poi è arrivato il disco. Poche ore fa. E l’ho ascoltato e riascoltato.

A Paul i dischi fatti tutti da solo (il primo nel 1970, il secondo nel 1980) non hanno mai portato bene. Tutti furono, per un motivo o per l’altro – i Beatles si erano appena sciolti nel primo caso, dieci anni dopo le delicatezze del Macca erano fuori dal mondo – furono, dicevo, demoliti dalla critica.

Questo probabilmente non lo sarà, perché è il frutto di un gigante al crepuscolo, un anziano rocker che ha smarrito tanti colori della sua voce e che si ostina ancora a suonare come se in cucina ci fosse Linda a preparare la cena.

Comunque il disco si apre con un (quasi) strumentale, lungo e ripetitivo, ma promettente. Il tiro c’è e qualche idea pure.

Il secondo pezzo “Find my way” – un mid-tempo cantanto come si deve – sembra in verità una outtake di uno dei famigerati primi album dei Wings. L’impressione, che poi attraversa tutto il disco, è che Paulie suoni più per divertirsi e passare il tempo (l’album è figlio del lockdown) che per accontentare il suo sterminato pubblico.

“Pretty boys” è una buona canzone, sentita centinaia di volte, ma buona davvero. Le chitarre sono molto belle, anche se la voce di Paul, a tratti, sembra irriconoscibile.

Ancora più difficile ritrovare il bellissimo timbro di Paul nella successiva canzone (peraltro senza capo né coda) intitolata “Women and wives”.

Il vecchio leone sembra ritrovare la verve di un tempo in “Lavatory Lil”, sorta di rock-blues ripetitivo ma efficace. Niente di che, ma il tiro c’è. Buona la prova di Paul alla chitarra elettrica.

Gli otto minuti e mezzo di “Deep deep feeling” sono il classico prodotto del McCartney fuori controllo. Un pezzo figlio di decine di altri – mi vengono in mente “Loop (1st indian on the Moon)” oppure “Ou est le soleil” – che mai avrebbero dovuto essere pubblicati. L’impressione che Paul suoni solo per se stesso, in questo brano, è evidentissima.

“Slidin” è il pezzo più duro del disco, che riporta alla memoria il grande rocker che McCartney fu. Il riff iniziale viene direttamente dagli anni Settanta di Zeppelin, Black Sabbath e Grand Funk Railroad.

Tuttavia, come in ogni disco di Paul, anche il meno riuscito, ecco comparire un gioiello che s’intitola “The kiss of Venus”. Una ballata assai bella, che potrebbe essere uscita dall’Album Bianco.

In ogni caso il mio pezzo preferito – una roba in pieno stile Beatles – è la successiva “Seize the day”, Piano elettrico, chitarre e una melodia che sembra arrivare dai tempi belli di “Revolver”.

Paul McCartney

Neanche la successiva “Deep down” è male, uno di quei pezzi tirati che Paul canta con grande convinzione.

Chiude, con una ripresa dello strumentale iniziale, la ballata “When winter comes”. La voce di Paul è decisamente più bella che nel resto del disco (la registrazione pare risalga al 1992), la melodia avvolgente, il testo semplice semplice, come da copione.

L’aspettativa era grande, neanche dovesse arrivare il nuovo “Band on the run” o, al più, “Venus and Mars”. Niente da fare. Non è arrivato “Band on the run” e neppure “Venus and Mars” ma un disco che sembra, più che un’opera musicale di rilievo, il giocattolo di un meraviglioso musicista al tramonto, incapace di fare i conti con la propria fama e dire basta. Basta così.

Ferdinando Molteni