La maledettamente buona autobiografia musicale di Baglioni

Io con Baglioni ho sempre avuto un sacco di problemi. Piaceva alle ragazzine quando a me piaceva il punk. Poi quella voce, sempre un po’ troppo spiegata. Certo, scriveva belle melodie, ma alla fine rimaneva lì, in un angolo, insieme a Battisti. E dall’altra c’erano Faber e il Principe e gli altri.

Poi le cose cambiano, e noi invecchiamo. E le cose che un tempo ci sembravamo distanti adesso fanno vibrare qualcosa. Corde nascoste o sopite.

L’altro giorno un amico che di musica ne sa tanto, un rocchettaro osservante e praticante, mi dice che ha sentito il nuovo disco di Claudio Baglioni – “In questa storia che è la mia” – e che il disco è buono. Maledettamente buono.

Infatti è così. L’album è buono. Maledettamente buono.

Come spesso gli è accaduto di recente, Baglioni non fa le cose semplici. Divide il lavoro in quattro parti, introdotte da altrettanto brevi (e devo dire bellissime) introduzioni per sola voce e pianoforte che confluiranno, poi, nell’ultima canzone del disco “Uomo di varie età”. Quattro capitoli che raccontano una vita, quella dell’artista. Ma raccontano soprattutto il suo modo di vedere le cose nei diversi momenti della sua vita, appunto.

Il viaggio è intriso di nostalgia, perché questa è – nonostante tutto – la cifra del Baglioni recente. Melodie struggenti su armonie in minore e parole ricercatissime e spesso bellissime e piene di invenzioni letterarie.

Le canzoni del disco sono tante. Tantissime, anche per tempi bulimici come i nostri.

Nel mazzo ne scelgo qualcuna.

“Altrove e qui” che apre il disco, dopo un frammento strumentale, riporta tutto a casa. È il Baglioni classico, autobiografico, pieno di parole che si appoggiano su una melodia efficace, che colpisce al primo ascolto, retorica e purtuttavia piena di onestà.

“Quello che sarà di noi”, quasi un tributo a Battisti. Un pezzo sincopato, diretto, efficace. Negli anni delle radio di fine Settanta avrebbe fatto sfracelli.

“Come ti dirò” sarà la più amata dai vecchi fan dell’artista romano. Una canzone piena di melodia, dall’andamento quasi lirico, e piena di rimpianto e onestà tanto che potrebbe diventare un classico nel canzoniere di Baglioni.

“Uno e due” è la canzone in cui tutti si possono immaginare. Il gioco di due amanti che trasformano i loro nomi e vivono o immaginano di vivere in una dimensione diversa da quella reale. Ancora un grande pezzo che, un tempo, avrebbe conquistato le radio.

Ma il disco è troppo ricco di canzoni. Ciascuna andrebbe raccontata. Tuttavia non è possibile.

Sia chiaro, i cliché (e i birignao) di Baglioni ci sono tutti. Dopo decenni di musica, difficile aspettarsi qualcosa di diverso.

Ma come dice il mio amico: il disco è buono. Maledettamente buono.

E “Dodici note” è forse la cosa più buona di questo album. Una ballata struggente, persino mistica, dove Baglioni si misura col proprio talento e la propria urgenza di comunicare. Una grande canzone, davvero.

Io con Baglioni ho sempre avuto un sacco di problemi. E questo disco non lo si può ascoltare tutto in una volta. Troppe canzoni, troppa melodia, troppa nostalgia, troppa poca voglia di guardare avanti.

Assomiglia ad un testamento. Ma sono sicuro che non lo è.

Baglioni tornerà.

 

Ferdinando Molteni