1970, quando la grande musica (e Battisti) finiva in classifica

La bellezza delle classifiche dei dischi degli anni Sessanta e Settanta è che univano, insieme a canzoni d’occasione, sciocchezze, sigle televisive e motivetti per bambini, anche capolavori, canzoni destinate a rimanere nel tempo.

In quella del 19 settembre del 1970 ci sono, in coabitazione, il divertissement di Nino Manfredi “Tanto pe’ cantà” al sesto posto e, al nono, l’ultimo capolavoro dei Beatles, di cui si piangeva lo scioglimento proprio in quelle settimane, “The long and winding road” tratto dall’album “Let it be”.

Al terzo, per dire, c’era una canzoncina che, incredibilmente, avrebbe vinto la sfida con il tempo futuro, “In the summertime” dei fantomatici Mungo Jerry, gruppo peraltro ancora ufficialmente in attività, proprio grazie al quell’unico successo.

I primi due posti sono, invece, occupati meritatamente da due leggende della musica italiana: Domenico Modugno con “La lontananza” al primo e Mina con “Insieme” al secondo.

Ma la classifica di quella fine estate del 1970 brilla, soprattutto, per il quinto posto di Lucio Battisti e la sua “Fiori rosa, fiori di pesco”, una delle canzoni meno costruite per il successo, con cambi di ritmo e atmosfera, una intro straniante e soluzioni sonore nuovissime.

Di Battisti si è detto e scritto molto, negli ultimi tempi. Se lo merita. Ma una ulteriore considerazione si potrebbe ancora fare. Il genio di Poggio Bustone, e il suo sodale Mogol, riuscirono, per alcuni anni, a portare in classifica canzoni bellissime, destinate a rimanere nel tempo e che oggi vengono rivalutate anche da chi, in passato, le aveva snobbate perché (apparentemente) poco impegnate.

Ecco, gli anni Sessanta e Settanta, e Battisti in particolare, hanno fatto un miracolo che non si sarebbe più ripetuto in seguito: la musica migliore era anche la più ascoltata e venduta. E finiva nella hit parade.

 

Ferdinando Molteni