Livello di vita soddisfacente, le domande e le risposte della Psic: “Tu ti sai divertire?”

Mi hanno fatto questa domanda molto curiosa, che apre un ventaglio di possibilità di pensieri e di azioni su cui riflettere e che rivolgo a voi lettori per provare a scandagliare il vostro mondo interiore.

Secondo me il divertimento originario deriva dalla capacità di recuperare e di sperimentare il gusto della vita di un bambino. Quel bambino che sa divertirsi con gli aspetti più semplici della vita, quali saltare a piè pari in una pozzanghera e schizzare via il fango sui vestiti, o leccare un cono gelato mentre gli cola il rivolo di un gusto più impertinente lungo il braccio.

Molti adulti confondono il divertimento con altre cose, perché hanno perso l’essenza del piacere del bambino.

Uso di droghe e alcool diventano un palliativo che viene usato sempre più spesso sconsideratamente.

Un bicchiere di vino abbinato ad uno squisito piatto può dare piacere, una bottiglia bevuta (magari in solitudine) amplifica la sensazione di disagio interno e produce un divertimento finto.

No allo sballo esibito, anche in locali così detti alla moda, per riempire il vuoto interiore.

No alla movida a tutti i costi, sono termini e comportamenti innaturali, che non ci appartengono.

No alle carrellate di fotografie che esibiscono presunti momenti di divertimento.

Essere in tanti non vuol dire per forza divertirsi!

Mi diverto quando faccio qualcosa che mi piace, guardare una mostra mi stravolge di gioia.

Nuotare in mare la mattina presto, scendere a fare il bagno lungo un sentiero un po’ scosceso nella riviera ligure, dopo aver legato la bici ad un palo sulla Via Aurelia…

Non si divertono le persone mentecatte, che trovo non sappiano vivere e prendano a prestito vite altrui perché non hanno parole loro e spiino su Facebook perché incapaci di un sano confronto.

Siamo arrivati a comportarci come già Gaber recitava nel 1985; non lo abbiamo capito allora e forse rischiamo di non capirlo mai.

< … cosa non fa la gente per farsi notare.
Però io non credo che sia soltanto un fatto di esibizione. Credo anche che sia un bisogno più intimo, legittimo. Un bisogno di sentirsi, almeno in qualche cosa, unici.
È come se avessimo la sensazione, di non avere più niente che ci distingua.  La paura di essere tutti uguali, in tanti. È il numero che ci spaventa. Ma forse, forse abbiamo creato ancora più confusione, la massa non è un fatto numerico. Si può essere milioni e milioni, anche simili, e non essere massa, rimanere persone. Io credo che questo sia possibile. E si può essere invece una persona sola che è già massa. Non è il numero, è la testa.> (Giorgio Gaber, 1985)

Alla prossima puntata!

Se avete domande mi trovate via e-mail: info@giovannaferro.it

Giovanna Ferro, psicologa-psicoterapeuta