Claudio Sanfilippo, Premio Tenco e autore per Mina, scrive e registra un album in quarantena. In arrivo il singolo

Un disco pensato, scritto e registrato durante la quarantena? Lo ha fatto Claudio Sanfilippo, cantautore milanese noto per le sue canzoni (il primo album vinse il Tenco), ma anche come autore per Mina (sue le bellissime “Stile libero” e “La palla è rotonda”).

Nel suo piccolo studio domestico, affollato di chitarre d’antan, e con la collaborazione di tanti musicisti in remoto, l’artista ha dunque preparato una raccolta di canzoni che si intitolerà “Contemporaneo” e sarà disponibile unicamente sulle piattaforme digitali a partire dall’8 maggio.

Il 24 aprile sarà invece pubblicato su Youtube il video del singolo omonimo.

Lo abbiamo ascoltato in anteprima. La canzone, bella come lo sono tutte quelle di Sanfilippo, traccheggia questa volta, curiosamente, tra Battisti e Dylan. Il testo andrebbe studiato nelle scuole: un’impietosa, pacata ma rabbiosa analisi di quello che ci sta succedendo.

L’album vede la partecipazione di molti musicisti, tutti amici dell’artista: Max De Bernardi, Rino Garzia, Massimo Gatti, Danilo Minotti, Cesare Picco, Marco Ricci, Francesco Saverio Porciello, Val Bonetti, Umberto Tenaglia.

Insieme a loro, saranno presenti nel lavoro anche i due figli del cantautore: Giacomo “Jack” Sanfilippo, cui si deve il video del singolo e qualche parte di chitarra elettrica ed Emma Sanfilippo ai cori.

Spiega il cantautore: « “Contemporaneo” è l’instant-album registrato nel mio studio domestico nei giorni di quarantena. Dodici canzoni: sei inediti, due adattamenti in italiano (uno di Bob Dylan, l’altro di Nick Drake), un “traditional” adattato in milanese, e tre riletture di brani pubblicati in passato».

Continua Sanfilippo: «Nel cuore della quarantena la mail di un’amica scrive di persone che lavorano in ambito “creativo”, in cui riconosce due categorie: c’è chi si concentra il doppio e chi si sfilaccia demotivandosi. Io, come lei, appartengo alla prima, ma nel mio caso il rapporto con il tempo e con il “fare” è un algoritmo misterioso, in cui l’ambiguità è ingombrante, i dati certi sono ristretti, la variabilità prevale. Solitamente sono più produttivo quando il tempo incalza, e devo dimostrare a me stesso una capacità elevata di sintesi e rapidità. Ogni volta però mi accorgo che il serbatoio si è riempito proprio nei momenti in cui la sensazione di essere pigro e improduttivo sembrava una certezza disagevole. Il fatto è che l’inconscio lavora per noi, sempre, forse si chiama “angelo”, essenziale e invisibile come tutte le cose importanti. Il punto cruciale della storia si risolve nel dialogo con quel tipo lì, che ci gira intorno, un po’ dentro e un po’ fuori. Così, è sempre una questione di confine, di andate e ritorni, di assenze e presenze, e ogni volta che ci mettiamo alla prova, anche se nel fare capita di dimenticarselo, è un viaggio. Ad ogni partenza bisogna fare un po’ di bagaglio, carteggiare una rotta, lavorare di sestante per cambiare andature e velature, misurare il desiderio della scoperta sulle capacità dell’esperienza e degli strumenti che abbiamo. Non ce ne accorgiamo, ma è così».